Riconoscenza.

Sovente si ritiene che qualcuno abbisogni di un certo aiuto. L’eventualità può presentarsi per caso, o perché richiestoci, o perché ce ne accorgiamo noi.

A una riflessione più o meno breve e profonda, segue la decisione di aiutare oppure no.

Nel caso si agisca, si fanno o dicono delle cose che si reputano “bene” per colui che riteniamo di beneficare, dopodiché può succedere che ci si penta dell’atto.

 

Esaminiamo la questione.

 

Innanzitutto occorre prima valutare se davvero è indicato l’aiuto oppure è meglio lasciare che l’altro se la sbrighi da solo, cioè non è scontato che agendo si faccia davvero il bene dell’altro. E’ mia convinzione, infatti, che nella vita sia importante fare esperienze e acquisire conoscenze di vita vissuta che un aiuto inopportuno potrebbe impedire o disturbare.

 

Poi occorre valutare se l’altro accetta realmente l’aiuto o finge per un qualche motivo: magari per lui chiedere aiuto è solo una scusa.

 

Poi occorre valutare se si è in grado di aiutare e qua servono umiltà e auto-conoscenza dei propri limiti, altrimenti si rischia di peggiorare una situazione già critica: quel che si dice “non essere all’altezza”.

 

Inoltre col nostro aiuto ci mettiamo in gioco e ci assumiamo una certa responsabilità, di fronte ad altri ma soprattutto a noi stessi. E’ da tener presente che forse la faccenda non si risolverà velocemente e si creeranno altre difficoltà che assorbiranno il nostro tempo e la nostra energia. Potrebbero venir messe in discussione cose che ci riguardano.

 

Poi occorre valutare il modo migliore per aiutare, il che implica una certa conoscenza di come vanno le cose nel mondo e dell’interiorità delle persone. Infatti gli eventi sono tutti interdipendenti e comunque causati da comportamenti umani.

La questione non è banale come sembra a prima vista e alcuni proverbi rendono bene la difficoltà, tra i quali quello che dice: “Se dai un pesce all’affamato o al mendicante, lo nutri per un giorno; se gli insegni a pescare, lo nutri per tutta la vita”.

 

Poi bisogna pensare all’eventuale nostro pentimento che è sempre successivo a una delusione. La delusione sorge quando le cose non vanno come ci si aspettava, cioè quando ci siamo creati delle aspettative che non vengono soddisfatte. Se le aspettative non sono soddisfatte ci sentiamo traditi e offesi, quindi il problema sta nelle aspettative che creano un legame tra noi e l’aiutato che, ai nostri occhi, è in debito con noi.

Questo debito lo chiamiamo riconoscenza e infatti l’aiutato sovente ringrazia con “ho un debito di riconoscenza nei tuoi confronti”, legittimando così anche da parte sua il legame.

 

Quando si vuole riconoscenza per ciò che si ha fatto, si vuole esattamente quel che la parola indica: ri-conoscenza (la particella “ri-“ significa “di nuovo”), quindi un’altra conoscenza oltre la propria, cioè quella dell’aiutato, che testimoni l’atto.

Se vi è questo bisogno, significa che l’atto non ha il suo significato in sé ma ha bisogno di essere confermato per essere completo. Nell’interiorità di colui che aiuta, è nato un qualcosa che esige una contropartita.

La contropartita che si cerca può anche essere nobile, cioè uno mi piace e siccome voglio diventargli amico, allora lo aiuto. Ma può darsi che la persona, dopo aver accettato il mio aiuto, non gradisca la mia amicizia. Certamente non le si può rimproverare nulla al riguardo,  perché a una richiesta d’aiuto si può rispondere positivamente o meno, e ugualmente a una richiesta d’amicizia si può rispondere con l’accettazione o il rifiuto, e sono due faccende distinte che non è necessario legare.

In effetti non si dovrebbero aiutare solo gli amici, ma tutti, secondo quanto visto prima.

 

Massimo

 

Riconoscenza.ultima modifica: 2009-11-23T19:59:00+00:00da cat-max
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