Guarire senza rendersene conto

Succede che si aiuti qualcuno senza che l’aiuto sia richiesto, oppure che si risolvano le problematiche al posto dell’interessato. Il vero aiuto non è eliminare il problema altrui, ma aiutare l’altro a comprenderlo perché possa trattarlo lui stesso.
Questo è evidente nel caso degli addotti e interferiti da alieni: l’entità non va cacciata dall’operatore ma dall’interessato, che deve avere l’opportunità di comprendere quanto gli accade e scegliere della sua vita.
Questo, se sostituiamo il termine “spirito” con quello di “parassita”, è chiaro nella seguente riflessione di Alejandro Jodorowsky (I vangeli per guarire, pp. 337-341), dove è spiegato magnificamente il contesto della guarigione spirituale.
In Matteo 12,43-45 Cristo racconta:
“Quando lo spirito immondo esce da un uomo, se ne va per luoghi aridi cercando sollievo, ma non ne trova. Allora dice: «Ritornerò alla mia abitazione, da cui sono uscito.» E tornato la trova vuota, spazzata e adoma. Allora va, si prende sette altri spiriti peggiori ed entra a prendervi dimora; e la nuova condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima. Così avverrà anche a questa generazione perversa.”
Come abbiamo visto, Cristo guarisce il paralitico dicendogli: «Prendi il tuo lettuccio e cammina». Non gli dice solo «Cammina!», ma: «Prendi la tua nevrosi e cammina! Prendi la tua malattia e comincia ad
agire! Non sperare di raggiungere la perfezione! Così come sei, nello stato in cui ti trovi: cammina, se vuoi guarire! Prendi il tuo letto di angoscia e cammina! Prendilo, e avanza con i tuoi limiti!».
Il discorso del Cristo ha molte assonanze con questo poema del Maestro zen Ejo Takata:
“Colui che ha solo mani aiuterà con le sue mani, colui che ha solo piedi aiuterà con i suoi piedi questa grande opera spirituale.”
Con l’aiuto di un terapeuta, di un amico o di qualcuno che amiamo, riusciamo a prendere coscienza.
Allora dobbiamo prestare attenzione, perché la partita non è ancora vinta. Prendere coscienza significa che d’improvviso lo spirito immondo esce da noi. Se ne va la vecchia concezione che abbiamo di noi stessi. È il bambino insoddisfatto che ci trasciniamo dietro dall’infanzia, la vecchia convinzione di essere un bimbo abbandonato, un perdente, di non essere amato, di non essere realizzato, l’idea che bisogna soffrire, le nostre paure, i limiti, le tensioni, le frustrazioni, la nostra solitudine, la nostra sensibilità ferita ecc.
Tuttavia, all’improvviso prendiamo coscienza e cambiamo. Lo spirito immondo è uscito da noi.
Quando lo spirito immondo esce da un uomo, se ne va per luoghi aridi cercando sollievo, ma non ne trova. Una volta espulsa la nostra malattia, ci sentiamo vuoti, in luoghi aridi e non troviamo sollievo. È falsa la credenza che guarire provoca sollievo.
Nei miei corsi di Tarocchi propongo ai partecipanti degli atti di psicomagia. Un atto di psicomagia è un’azione simbolica che utilizza il linguaggio dell’inconscio e può curare la persona su cui viene esercitato. Orbene, molte persone a cui ho prescritto uno di questi atti sono entrate in crisi e non lo hanno compiuto, oppure hanno fatto il possibile per cambiarlo. La maggioranza trova innumerevoli scuse per non compiere l’atto o per farlo «in modo approssimativo». Mercanteggiano. Sarebbe stato necessario far firmare un contratto a queste persone, con la clausola che avrebbero realizzato l’atto prescritto fin nei minimi dettagli, senza omettere niente. In effetti, gli individui non vogliono veramente
guarire: la guarigione li angoscia.
Quante persone seguono un trattamento fino alla fine senza dimenticarsene nemmeno una volta?
Cominciano il trattamento, prendono le loro pillole e, dopo quindici giorni, se ne dimenticano. Chi non ha dimenticato almeno una volta di prendere le medicine prescritte? È perché non desideriamo guarire.
Vogliamo essere accuditi, accarezzati, ascoltati… ma non curati.
Quando la vecchia concezione che abbiamo di noi stessi ci abbandona, ci ritroviamo nelle regioni aride.
Niente ha più significato nella vita. In un primo momento, naturalmente, ci sentiamo bene. Prendiamo il nostro lettuccio e camminiamo. Ma subito andremo a denunciare Gesù davanti ai sacerdoti. Succede cioè che montiamo in collera contro colui che ci ha guariti.
Nell’ambito della magia bianca si dice che occorre un’enorme attenzione perché, quando guariamo qualcuno, per sette anni questa persona non ci ringrazierà; inoltre, i demoni che le togliamo si metteranno contro di noi.
Cosa sono i demoni?
uando diciamo «la mia angoscia», è come se dicessimo «la mia auto»; parliamo della nostra angoscia come se si trattasse di un oggetto di cui siamo proprietari, come se da qualche parte dentro di noi non
fossimo angosciati perché possediamo un’angoscia. Se ne sta lì, come un oggetto, e noi la possediamo.
È la nostra angoscia: i nostri limiti, il nostro fallimento, la nostra impotenza. Ma chi possiede tutto ciò?
Bisogna trovare colui che dice: «Ho». Si tratta di un punto dentro di noi che non è un oggetto: in fondo, l’angoscia è una sorta di diavolo, una nostra creazione, una marionetta all’intemo della quale viviamo.
In genere non viviamo nella pienezza. Deformiamo il nostro corpo in funzione di vecchie concezioni che ci sono state imposte attraverso varie generazioni. Ci sono state trasmesse queste deformazioni e noi
le portiamo: ci carichiamo sulle spalle la nostra marionetta.
D’improvviso arriva Cristo, scaccia lo spirito immondo e ci guarisce. Siamo guariti, ma ci troviamo nel deserto arido. Chi siamo ora? Chi siamo nel momento in cui non soffriamo più di quella malattia, di
quell’angoscia, di quella personalità, di quella sofferenza e di quella tristezza che prima ci definivano?
Chi siamo a partire dall’istante in cui conosciamo la pienezza e il piacere di noi stessi? Cosa ci rimane da fare? La vita non ha più significato. Non siamo più gli stessi. Quello stregone ci ha curato, ci ha
cambiato. E adesso, cosa diventeremo? Chi ci ha guarito non ci ha dato uno stato privilegiato, ci ha semplicemente concesso la guarigione.
Che tristezza! Come potremo chiedere che si occupino di noi ora, se non siamo più malati? Cosa chiederemo, se non abbiamo più niente da chiedere? Qual è adesso il nostro significato? L’abbiamo
perso, perché consisteva nell’ispirare pietà e nel chiedere che si occupassero di noi. Ora che non siamo più malati, chi si occuperà di noi?
Che angoscia non provare più angoscia! Che orrore essere contenti, farsi carico della propria vita! Che spavento essere guariti!
“Allora dice: «Ritornerò alla mia abitazione…»”
Ritornerò alla mia vecchia personalità. Voglio ritrovare le mie angosce. Quel matto non mi separerà da me stesso. Ritomo al luogo da cui provengo. Uscire dalla gogna delle nostre concezioni e frustrazioni è
un’avventura difficile da tentare.
“Allora dice: «Ritornerò alla mia abitazione, da cui sono uscito.» E tornato la trova vuota, spazzata e adoma.”
Vuota, spazzata e adoma. Tutto è vuoto. Niente fastidi, collere, tempeste. Non c’è niente. Se la nostra casa è vuota, il mondo non ha motivo di occuparsi di noi. Prima rompevamo le scatole a tutti, e tutti si occupavano di noi. Adesso non rompiamo le scatole a nessuno, e nessuno si occupa di noi. Nessuno ci vede. E com’è angosciante non essere visti!
“Allora va, si prende sette altri spiriti…”
Sempre il numero sette. Nella Bibbia questo numero è importante. Secondo gli orientali, i chakra, centri nervosi situati dentro di noi, sono sette. Il primo, chiamato Muladhara, è all’altezza del perineo, tra il
sesso e l’ano; il secondo, Svadishtan, è all’altezza della pelvi; il terzo, Manipura, si trova vicino all’ombelico; il quarto, Anahata, all’altezza del plesso solare; il quinto, Vishuddha, all’altezza della tiroide; il sesto, Ajna, all’altezza della ghiandola pituitaria, fra le sopracciglia; e il settimo e ultimo, il Sahasrara, alla sommità del cranio.
Percepiamo molto bene l’esistenza di questi sette centri nervosi.
Lo spirito immondo è dunque formato da altri sette spiriti: uno spirito negativo entra in ognuno dei nostri centri. Nelle nostre fondamenta: il nostro rapporto con la terra diventa negativo e perdiamo l’equilibrio.
Nella nostra sessualità: non realizzazione, negazione del piacere, punizione, castrazione, nevrosi. Nel nostro centro di gravita: il nostro potere di azione si indebolisce; non possiamo realizzare né creare.
Nella nostra gola: l’angoscia s’insinua; non vediamo niente e ci chiudiamo al mondo; le nostre emozioni diventano negative, il nostro cuore è colmo di rancore. I nostri pensieri ci tolgono ogni speranza
di realizzazione. Non ci uniamo al Cosmo.
“… e la nuova condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima.”
La nostra condizione è peggiore perché per un momento abbiamo conosciuto il piacere e facciamo un paragone.

Guarire senza rendersene contoultima modifica: 2012-03-10T11:09:00+00:00da cat-max
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento